Archivio curato da Paul Nicholls
Ottocento Oltremanica
Storie anglo-italiane
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The Italian Organ-Grinder, The Illustrated London News 1881
La percezione inglese degli italiani, una colonia numerosa nella Londra ottocentesca, era spesso contrapposta. In Italia i nobili discendenti dagli antichi greci e romani si rivelavano, spesso, briganti o semplici contadini. In Gran Bretagna, invece, nella prima metà del secolo emergevano le figure di esuli colti, esponenti di una cultura musicale e letteraria molto apprezzata, mentre nel secondo Ottocento l’immaginario popolare si focalizzava su mendicanti, musicisti e venditori ambulanti poco affidabili: gelatai d’estate e caldarrostai d’inverno.
A causa di questo stereotipo Oltremanica gli artisti, se non erano di buona famiglia, rischiavano di essere quasi disprezzati. A livello artistico, poi, alcuni aspiranti artisti, ancora sconosciuti, subivano un altro umiliante confronto col passato: “Ci lapidano coi grandi nomi antichi” si lamentava Nencioni, “ci guardano dall’alto in basso, perché in Firenze non c’è più Michelangelo”. I dipinti macchiaioli di Telemaco Signorini furono giudicati “non-finiti” e le innovazioni scapigliate di Daniele Ranzoni furono addirittura rifiutate dalla Royal Academy, nonostante entrambi avessero successo con alcune committenze private. In compenso, gli artigiani italiani furono molto apprezzati specie come doratori di cornici e fabbricanti di specchi.
Difficoltà non indifferenti sorgevano poi con la lingua e con il cibo, che gli italiani trovavano indigesto; mancava inoltre il buon bere italiano. Senz’altro per questo motivo prediligevano ritrovi gestiti da connazionali: la trattoria Pagani, i ristoranti dei fratelli Gatti, il caffè Monico e Romano’s, solo per citarne qualcuno. Tra l’altro la ristorazione era ed è tutt’ora un’eccellenza italiana: altri sei ristoranti italiani erano registrati sul Baedeker nel 1899. Tra gli alberghi preferiti figuravano l’hotel Previtali, in Arundell Street e l’Hotel Piemonte, dei fratelli Mentasti.
Comunque, se l’avversione per la cucina inglese era superabile, non lo era certo per il clima uggioso. La nebbia che tanto piaceva a Mazzini, cinquant’anni dopo fu denunciata come danno sociale da Paolo Valera e Grubicy si lamentava che l’aria sporca rovinava i dipinti esposti. Per Ranzoni, e per molti altri, Londra era una città di smog “… e quando si vede il sole come l’è sbiadito...”.
Spaesati e depressi molti italiani sognavano un rapido ritorno in patria, anche perché non riuscivano a integrarsi nella vita sociale inglese con tutto il suo protocollo. Mentre Boldini era stato in grado d’inserirsi con eleganza nell’alta società britannica, il carattere rude e indisciplinato di Mancini lo aveva emarginato. Tra l’altro, l’ingresso ai club inglesi era proibito, eccezione fatta per l’Arts Club, al quale solo Carlo Pellegrini, Giuseppe De Nittis ed Ettore Tito furono ammessi e Cecioni, forse, vi cenò qualche volta.
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